Importanza fondamentale dell’Educazione

Educare. Una parola che richiama alla mente diversi significati, molti dei quali soggettivi ed arbitrari. L’etimologia però parla chiaro: proviene dal Latino educere, ex-ducere, traggo fuori, condurre fuori. La conoscenza, per gli Antichi è una reminiscenza (anamnesis in Greco), un qualcosa che in potenza abbiamo già nel nostro profondo. Compito del Maestro è quello di stimolare queste potenzialità e queste riminiscenze animiche affinchè noi ricordiamo chi siamo.Platone-1

D’altronde il Sommo Platone diceva che “l’apprendere è un ricordare“, giustificando questa massima col fatto che la nostra anima, prima di nascere, dimentichi ogni cosa avvenuta in precedenza, fintantochè un Maestro, appunto, o un Educatore, tiri fuori da essa ciò che è rimasto sepolto nell’inconscio.

Al giorno d’oggi con la parola “educazione” si intende poco più che un assorbimento passivo di informazioni, perlopiù considerate inutili dagli stessi ragazzi, e che servono soltanto per superare quelli che sono percepiti come i “duri anni” scolastici, subiti come un grlisticle-studioavoso compito. Puntualmente, anni dopo, poco o nulla rimarrà di quelle informazioni quasi inserite a forza nelle menti di quei giovani, tranne rare eccezioni.

Tuttalpiù potrebbe altresì richiamare un indottrinamento “etico”, un abbozzo di senso di giustizia, una galanteria di facciata, e l’insegnamento di quei “valori” basilari che servono ad una società cosiddetta civile, utili appena ad una convivenza e sopravvivenza di gruppo. Poco o nulla rimane dell’educazione cosiddetta religiosa, con l’inculcamento di precetti ormai vuoti di significato per la maggior parte delle nuove generazioni, anzi forse financo dannosi, poichè avendo perso il significato spirituale e simbolico profondo, non restano null’altro che le reminiscenze negative (NB. senso di colpa e senso del peccato) che non fanno altro che aggiungere nevrosi ad un già nevrotico uomo moderno.

In mancanza di strutture educative degne, gerarchizzate ed ordinate (ad esempio nell’antica Roma c’erano le Gentes che assicuravano un’ educazione completa su tutti i livelli dell’essere), il compito fatale e assolutamente fondamentale spetta allo Stato.

Educazione integrale

Per eradicare il concetto moderno di codesta parola, andiamo ad analizzare cosa intendo per educazione integrale.
L’essere umano, per gli Antichi, non era semplice carne. L’uomo è formato da vari livelli, qualitativamente diversi fra loro, eppure compenetranti ed influenzabili a vicenda.uomo universoI tradizionali Corpo, Anima, Spirito sono un concetto semplificato di una realtà ben più complessa. Per Anima si intende il complesso psico-emozionale dell’essere umano (per alcune tradizioni sono i cosiddetti corpi “astrali” e corpi “mentali”), mentre per Spirito si intende quella che è chiamata la Scintilla Divina nell’uomo, la sua parte più nobile e pura, diretta emanazione degli Dèi.

Indi per cui un’educazione integrale deve prendere e toccare tutti i suddetti livelli, senza tralasciarne nemmeno uno, altrimenti sarebbe come pensare al terreno perfetto per un certo tipo di albero, il tipo e la quantità giusta di concime, la qualità e la quantità d’acqua necessarie alla crescita, ma lo piantassimo dentro un bunker sotterraneo, senza luce ne artificiale ne naturale. Inevitabilmente la pianta, dopo magari un iniziale rigoglìo, morirà ingloriosamente. Per l’essere umano non è differente, anzi, è molto più complicato, visto che il nostro sistema psichico e coscienziale è enormemente più profondo e radicato di quello di un albero.

Partiamo da una citazione di Vincenzo Gioberti (Torino, 5 aprile 1801 – Parigi, 26 ottobre 1852, è stato un patriota, filosofo e politico italiano) sui giovani:

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“I giovani indurino il corpo avvezzandolo al sole, allenandolo alla corsa e ai ginnici esercizì, rompendolo alle operose veglie e alle utili fatiche, costringendolo a nutrirsi di cibi frugali, a posare su dura coltrice e assoggettandolo in ogni cosa allo imperio dell’animo, il quale col domare i sensi si rende libero e franco e si dispone ai nobili affetti, ai vasti e magnifici pensieri.”

 
Le parole evocative del Gioberti contengono cosa sia nell’essenza l’educazione integrale.

Primo livello: Corpo.
“I giovani indurino il corpo avvezzandolo al Sole, allenandolo alla corsa e ai ginnici esercizi(…)costringendolo a nutrirsi di cibi frugali(…)”4335.0.716053708-0009-k4vF-U30104614772338y-1224x916@Corriere-Web-Sezioni-593x443
L’esercizio per il corpo (esercizi ginnici arti marziali in primis), per tutti quelli che godono di buona salute e sana costituzione, dovrebbe essere un obbligo durante la fase di crescita psico-fisica. Un popolo è sano quando il singolo cittadino è sano, un popolo è forte quando il singolo cittadino è forte. Uno Stato degno di esser chiamato tale dovrebbe occuparsi della salute fisica e del rafforzamento muscolo-scheletrico dei suoi figli. Questo investimento di tempo e risorse andranno a migliorare la salute generale delle generazioni future, un miglior rendimento lavorativo, meno spese mediche, più voglia di fare e di agire. Un occhio di riguardo speciale va dedicato all’alimentazione, oggi Lotta-Daigoro-Timoncini-FB-800x533-moo2cls20oyn5hqjwo83vmugd90pqb24gz4klk9fr4degradata a livelli infimi e sub-umani (del tipo fast-food ad esempio), con materie prime sempre più povere di vitamine e minerali e con un sempre maggior apporto di sostanze inquinanti (smog, pesticidi, erbicidi vari) e di chimica nei prodotti confezionati. La Frugalitas che faceva parte del Mos Maiorum dei Nostri dovrebbe essere un imperativo, soprattutto in questo periodo.
Una massima, sempre attuale: Mens sana in corpore sano.

Secondo livello: Anima.
“(…)rompendolo alle operose veglie e alle utili fatiche(…) a posare su dura coltrice e assoggettandolo in ogni cosa allo imperio dell’animo, il quale col domare i sensi si rende libero e franco(…)”I-Samurai1-800x400-800x400
Qui si tratta di indurire l’animo giovanile attraverso le asperità, volute liberamente. Un’educazione virile e sana dovrebbe passare per questa prova irrinunciabile, lo stile di vita “borghese” e il benessere diffuso ha infiacchito le menti e la volontà dei ragazzi e delle ragazze. Lo “imperio” dell’animo sul corpo e sulla stessa mente si raggiunge a gradi, dopo numerose fatiche, e deve cominciare fin da piccoli. La Libertà, così tanto udita nella bocca di tutti al giorno d’oggi, non è la libertà di fare ciò che si vuole, la maggior parte delle volte assecondando un capriccio di una mente nevrotica e molliccia, informe; ma è invece la meta che un animo nobile e virile raggiunge dopo aver imposto (liberamente) su di sè una disciplina integrale, ed è appunto la Libertà dalla propria mente, la Libertà dagli istinti animaleschi, dai pensieri nefasti ed inutili.
L’educazione su questo livello implica la strutturazione di una personalità ordinata e sicura di sè, e l’insegnamento dei valori (spirituali, cavallereschi ed etici in senso lato) attraverso l’esempio di figure universalmente accettate, e non da vuote parole fini a se stesse. Dobbiamo tornare a rivivificare la figura del Maestro, del Nobile, del Guerriero, che servano da meta ideale per le nuove generazioni. Dopo tutto questo viene il passaggio di informazioni delle varie materie con tutto il sistema scolastico (da riformare completamente) e concentrarsi su una cultura di base fino almeno al secondo anno di liceo, basata sui Classici della nostra Tradizione, sulla Musica, sulle Bellezze della nostra Cultura. Insegnamento del Latino obbligatorio, per ragioni ovvie, altre meno, altre insospettabili.

Terzo livello: Spirito.
“(…)il quale col domare i sensi si rende libero e franco e si dispone ai nobili affetti, ai vasti e magnifici pensieri.”
Qui torniamo al punto iniziale di questo post: “l’apprendere è un ricordare”. Quando si opera nel giusto modo nei primi due livelli, quello fisico e quello emozionale-intellettuale, si crea il terreno fertile affinchè qualcos’altro dentro di noi riemerga ed irrompa in tutta la sua Potenza. Ovviamente, ognuno di noi ha uno Spirito diverso per così dire, con diverse attitudini inconsce, diverse potenzialità e vocazioni. Allo Stato sta preparare il terreno, la pianta che crescerà dipende solo dalla Qualità e dalla Spirito individuale.

Questo in estrema sintesi. Come avrete ben intuito, i 3 livelli sono compenetranti fra di loro e a tratti si sfumano i limiti. L’essere umano non è fatto a compartimenti stagni, poichè non è un meccanismo bensì un organismo in cui tutti i suoi componenti risuonano vicendevolmente, proprio come i singoli strumenti di un’orchestra sinfonica. Quando la musica è armonica, c’è Salus. Quando si produce rumore disarmonico c’è prima malattia, poi Mors.

Valete optime.

L’Archetipo dell’Eroe

Ogni Civiltà che si rispetti ha i suoi Eroi. Molto spesso concorrono ad una fondazione o si rendono protagonisti di impavide azioni guerriere. Gli Eroi occupano una parte di quei Miti che ogni popolo al mondo ha posto come base del suo sentire, come sottofondo spirituale della visione del mondo che gli è propria. Analizzando a fondo i Miti, conosceremo la storia segreta di quello specifico Genus (1).mito.h1
L’Archetipo dell’Eroe di una data stirpe è fondamentale. Esso detta e dirige le azioni della gioventù guerriera, che tenderà a rinnovare e ricreare le azioni e lo stato di coscienza Marziale nelle vicende storiche e nella casta dei Difensori. Esso agirà nella psiche del popolo come una potenza che tenderà a realizzarsi e che infonde sicurezza, vitalità, forza, coraggio, senso dell’onore e della virtù cavalleresca. Tutto questo da un punto di vista psichico, potremmo dire animico. Ma vediamo di analizzare l’argomento da un punto di vista spirituale, più profondo ed inconscio.

Nella nostra Tradizione avevamo innumerevoli Archetipi eroici, a cominciare da Enea (che incarna in maniera più generale la Virtus e la Pietas, il Mos Maiorum nel suo complesso), poi Romolo, i vari eroi della fase Monarchica e Repubblicana, con una mitopoiesi davvero straordinaria. Poi, ovviamente, c’era Hercules (2), l’Archetipo per eccellenza che, tramite una serie di fatiche, giunge infine all’immortalità; ergo è l’Uomo, carico dei suoi limiti, che si fa Dio alla fine di un percorso preciso. Antonio_del_Pollaiolo_Ercole_Idra-845x1200
Il Mito Greco parla di dodici fatiche che vengono assegnate ad Ercole da un Re. Esso dovrà combattere contro mostri terribili, scacciare via uccelli malauguranti, pulire le stalle di Augia, catturare o rubare animali sacri, e infine prendere i tre pomi d’oro nel giardino delle Esperidi. Abbiamo tutti gli elementi per leggere i simboli chiari ed inequivocabili: il Mito ci sta parlando di un percorso iniziatico di Conoscenza di Se stessi che culmina nell’abbandono dello stato di coscienza umano per entrare definitivamente in quello divino, ed acquisire in questo modo l’immortalità dell’anima (3).
Il numero dodici compare nei Miti sempre per simboleggiare un compimento Solare di un’ opera, una sua completezza perfetta e divina. Il Re in questo specifico caso simboleggia invece la Mente (con il suo carico di limiti) che ogni uomo possiede; quegli stessi limiti si porranno dinnanzi a noi e ci faranno vivere delle esperienze da affrontare per la nostra crescita. I mostri sono sempre i nostri limiti principali, le paure ataviche, i traumi infantili, l’orgoglio egoico, l’arroganza e la tracotanza, i sensi di colpa. Gli uccelli oscuri che Hercules scaccerà con dei sonagli di bronzo donati dalla dea Athena (la nostra Minerva, dea della Sapienza) sono i pensieri ripetitivi che si affacciano incessantemente nella nostra psiche, la “scimmia impazzita che salta da un ramo all’ altro” che tramite una concatenazione infinita crea il nostro senso dell’Io e la voce interiore mai silente. Athena rappresenta la Sapienza e quindi la Consapevolezza, quindi ci indica che l’osservazione, la consapevolezza e la disidentificazione dai nostri pensieri è la prima arma contro di essi. Hercules dovrà poi pulire le stalle di Augia (figlio del Sole) dove si è accumulato un enorme carico di letame e conseguente sciame di mosche che oscura il cielo. L’Eroe stipula un patto e devia il corso dei due fiumi Alfeo e Peneo e riusci a pulire in un solo giorno le stalle e gli armenti. Le stalle sono i nostri chakra, che contengono gli armenti (la nostra energia), che sono sporchi per incuria. I due fiumi, Alfeo e Peneo sono le due grandi energie Universali, Yin e Yang, Maschile e Femminile, che producono equilibrio e quindi pulizia. La forza travolgente dell’acqua rappresenta anche il Mercurio nell’Alchimia medievale, chiamato anche Solvente Universale, colui che discioglie ogni cosa.ercole-farnese Una delle ultime fatiche di Hercules fu quella di andare oltre le colonne d’Ercole (sic), raggiungere il giardino delle Esperidi e rubare i 3 pomi d’oro, difesi da un serpente immortale con cento teste. In quel giardino si trovava Atlante, che reggeva il peso del globo sopra le sue spalle.
Cominciamo col dire che si spinse verso Ovest, oltre il mondo conosciuto, nell’Oceano Atlantico, nella terra d’Atlante. Qua possiamo vedere come il mito di Atlantide irrompe impetuoso. L’Ovest è la dove tramonta il Sole, il questo caso il Sole della vita di Ercole, la fine del suo percorso. Esperidi ci ricorda molto la parola “vespero” o anche “Hesperia” (la Terra della sera, uno dei nomi d’Italia). Il serpente ha sempre un significato ambivalente nei Miti, rappresenta sia il pericolo delle forze telluriche, sia la conoscenza (possiamo vedere una somiglianza col mito del giardino dell’Eden). I tre pomi d’oro sono chiari: qui si sta evocando il grande Dio Iperboreo, il Dio della Luce, della Conoscenza, della Consapevolezza e Coscienza assoluta, dell’Armonia in tutte le sue forme, Apollo. Non a caso le mele (il frutto della conoscenza) erano sacre ad Apollo (in inglese mela è Apple, in tedesco Apfel). La Sua Energia è ovviamente celeste e dorata. Il numero tre ricade in moltissimi Miti, è un numero considerato Sacro per molte Civiltà.
P0127Ercole in definitiva ci dice che l’essenza più profonda dell’uomo è di origine Divina (Hercules è figlio di Zeus/Iuppiter e di una mortale) e che, attraverso una serie di fatiche, può Conoscere se Stesso ed arrivare all’immortalità. Lui simboleggia la Via dell’Azione, contrapposta alla Via della Contemplazione. Lui, l’Uomo che si è fatto Dio da sè, dona l’Energia Vitale ai mortali che intraprendono il suo sentiero, fino ad arrivare alla Coscienza massima.

Valete optime.

PS. Ho preso alcune informazioni da questo scritto del Magister Roberto Zamperini. Consiglio vivamente di leggere questo post e il Blog per intero. Non ve ne pentirete.
zaro41.wordpress.com/…/laspetto-denso-e-quello-sottile-della-manipolazione

(1) Il Genus è la Stirpe. Da questa parola proviene “genere”, “generare”. In esso vive il Genius, l’essenza di un dato Genus appunto. Leggere Loris Viola – Essere Italiani vol 1.

(2) Herakles, Divinità greca, è ascrivibile al nostro Hercules. L’Ercole Italico era presente già in epoca pre-romana, ben prima dell’ellenizzazione. Quindi si suppone che fossero due Archetipi simili evolutesi da sè con qualche piccola differenza.

(3) I Nostri infatti credevano che l’anima fosse mortale, che si dissolvesse lentamente ma inesorabilmente dopo la morte del corpo, per finire con il bagno nel Fiume Lete, l’oblio e la Seconda Morte, almenochè l’anima in questione non fosse quella di un iniziato, allora in questo caso gli sarebbe stato consentito il ricordo e l’immortalità.

Marcvs Fvrivs Camillvs e il concetto di Patria

Marco Furio Camillo fu Censore, Tribuno Consolare e più volte nominato Dictator della Repubblica. Celebrò il Trionfo quattro volte e insignito di uno dei migliori appellativi per la società Romana: quello di Pater Patriae.
Nel 390 a.e.v., dopo le vicende del sacco della Città Eterna da parte dei Galli, e la Camillus-Rescuing-Rome-From-Brennusdefinitiva sconfitta di essi da parte delle legioni di Furio Camillo, Roma si trovava devastata. I tribuni della plebe incitavano il popolo a trasferirsi a Veio, città da poco conquistata dai Romani. Il Nostro, davanti alle assemblee, pronunciò queste parole, tra la commozione generale, inducendo i suoi concittadini a rimanere e ricostruire:

Mi riescono talmente amare, o Quiriti, le contese coi tribuni della plebe che, finché vissi ad Ardea, non ebbi altro conforto nel mio tristissimo esilio, se non quello di star lontano da tali lotte, e proprio per questo motivo non sarei mai ritornato, neppure se mi aveste richiamato mille volte per decreto del Senato e per volere del popolo. E anche ora non è stata una mutata disposizione d’animo che mi ha spinto a tornare, bensì la vostra sventura: che si tratta di far rimaner salda la patria sulle sue fondamenta, non di assicurare ad ogni costo la mia permanenza in patria. E anche adesso me ne stari 21271139_1661620817182488_3720728985188948016_nvolentieri tranquillo e in silenzio, se anche questa non fosse una battaglia in difesa della patria: abbandonarla, finché resta un alito di vita, per altri sarebbe una vergogna, per Camillo anche un delitto. A che scopo infatti l’abbiamo ripresa, a che scopo l’abbiamo strappata, assediata com’era, dalle mani dei nemici, se dopo averla riconquistata noi stessi l’abbandoniamo? E mentre quand’erano vittoriosi i Galli, pur essendo stata occupata tutta l’Urbe, tutti gli Dei e gli uomini Romani seppero difendere il Campidoglio e la rocca, e la nostra buona sorte spopolerà questa città più di quanto non l’abbia spopolata la cattiva sorte? Certamente, anche se noi non avessimo riti religiosi costituiti insieme con la nostra città e tramandati di padre in figlio, pure un dio ha così manifestatamente assistito in questa occasione lo Stato Romano, che credo non sia consentita ad alcuno la minima indifferenza verso il culto divino. Considerate infatti gli avvenimenti lieti o tristi che si sono succeduti in questi ultimi anni; constaterete che tutto è andato bene finché vi siete lasciati guidare dagli Dei, male quando li avete trascurati. E in primo luogo la guerra di Veio – per quanti anni, con quanta fatica la si è condotta! Non ebbe fine se non quando, per ammonimento degli Dei, fu fatta defluire l’acqua dal lago Albano. E, di grazia, questa recente rovina che s’è abbattuta sulla nostra città? E’ forse cominciata prima che si disprezzasse la voce mandata dal cielo sull’arrivo dei Galli, prima che dai nostri ambasciatori fosse violato il diritto delle genti, prima che noi, con la stessa negligenza dimostrata verso gli Dei, trascurassimo di punirli, mentre era doveroso farlo? E così, vinti, resi schiavi e riscattati, siamo stati talmente castigati dagli Dei e dagli uomini, da servire di esempio al mondo intero. Le sventure ci hanno poi ricordato i doveri religiosi. Ci rifugiammo sul Campidoglio presso gli Dei, presso la sede di Giove Ottimo Massimo; nella rovina dei nostri beni nascondemmo gli oggetti sacri sotto terra, altri li sottraemmo alla vista dei nemici trasportandoli nelle città vicine; non interrompemmo il Culto degli Dei, sebbene abbandonati dagli Dei e dagli uomini. E così essi ci hanno restituito la patria e la vittoria e l’antico onore militare che avevamo perduto, e hanno fatto ricadere sui nemici, che accecati dalla cupidigia violarono nel pesare l’oro la fede nei patti, il terrore, la fuga e la strage.

Vedendo l’enorme importanza che ha nelle vicende umane il Culto o il disprezzo delle divinità, vi accorgete, o Quiriti, quale empietà ci apprestiamo a commettere, pur essendo appena scampati al naufragio d’una sconfitta ch’è la conseguenza della nostra colpa? Abbiamo una città fondata dopo aver preso gli auspici e gli auguri; non v’è luogo in essa che non sia pieno del Culto degli Dei; i giorni per i sacrifici solenni non sono meno determinati dei luoghi in cui li si deve celebrare. E voi, o Quiriti, volete abbandonare tutti questi Dei pubblici e privati? Che somiglianza c’è tra il vostro comportamento e quello per cui s’è fatto notare poco fa, durante l’assedio, destando l’ammirazione dei nemici non meno che la vostra, quel prode giovinetto Caio Fabio, quand’egli uscito dalla rocca in mezzo alle frecce dei Galli, andò a compiere sul colle Quirinale l’annuale sacrificio della gente Fabia? O forse i riti gentilizi non devono essere interrotti neppure in tempo di guerra, mentre si trova opportuna che i riti pubblici e gli Dei Romani siano trascurati anche in tempo di pace, e che i pontefici e i flamini mostrino meno rispetto verso le cerimonie pubbliche di quanto ne abbia mostrato un privato cittadino in occasione dell’annuale sacrificio della sua Gens? Forse qualcuno dirà che quei riti noi li celebreremo a Veio, o che di là manderemo qui i nostri sacerdoti per celebrarli; ma né l’una né l’altra cosa si può fare senza venir meno al cerimoniale. E per non passare in rassegna tutte le singole specie di riti e tutti gli Dei, forse che nel sacro banchetto di Giove, il pulvinare, può essere preparato altrove che sul Campidoglio? E che dirò del sacro fuoco di Vesta e della statua che, come pegno di dominio, è custodita in quel tempo? Che dirò dei vostri ancili, o Marte Gradivo, e tu, Padre Quirino? E si pensa di abbandonare in un luogo profano tutte queste sacre reliquie, antiche quanto l’urbe, e alcune perfino anteriori alla sua fondazione? E vedete un po’ che differenza c’è tra noi e i nostri antenati. Essi ci hanno tramandato alcuni riti da celebrare sul monte Albano e a Lavinio: forse che, mentre ci si fece scrupolo di trasportare i sacri riti dalle città dei nemici a Roma, presso di noi, noi li trasporteremo nella città dei nemici, a Veio, senza commettere sacrilegio? Orsù, ricordatevi quante volte si rinnovano i sacri riti perché è stato trascurato, o per negligenza o per caso, qualche particolare del cerimoniale. Or non è molto, quale rimedio s’è trovato, dopo il prodigio del lago Albano, per la Repubblica estenuata dalla guerra contro Veio, se non il rinnovamento dei sacrifici e la ripresa degli auspici? Ma v’è di più: come memori degli antichi sentimenti religiosi, trasferimmo a Roma anche divinità straniere, e ne istituimmo di nuove. Che giorno memorabile fu quello in cui a Giunone Regina, ultimamente trasportata a Veio, si consacrò un tempio sull’Aventino! Un altro tempio facemmo innalzare ad Aio Locuzio per la voce udita nella via Nuova; alle altre solennità aggiungemmo i Ludi Capitolini, e a tale scopo costituimmo, su proposta del Senato, un nuovo collegio; che bisogno c’era di prendere queste iniziative, se intendevamo lasciare insieme con i Galli la città di Roma, se non siamo rimasti sul Campidoglio durante tanti mesi d’assedio per nostra volontà, ma trattenuti dal timore dei nemici? Noi parliamo di riti e dei templi; e i sacerdoti? Non pensate quale sacrilegio si commetterebbe? Per le Vestali non v’è in realtà che una sola residenza, dalla quale nessun motivo le ha mai allontanate, tranne la presa dell’Urbe; al Flamine Diale non è lecito rimanere una sola notte fuori dalla città. Di questi sacerdoti vuoi state per fare dei Veienti anziché dei Romani; le tue Vestali ti abbandoneranno, o Vesta, e il flamine, abitando in un paese straniero, ogni notte tirerà addosso a sé e alla Repubblica un simile sacrilegio? E le altre cerimonie che noi compiamo dopo aver preso gli auspici, quasi tutte entro il pomerio, come possiamo porle in oblio o trascurarle? I Comizi Curiati, da cui dipendono le questioni militari, e i Comizi Centuriati, nei quali eleggete i Consoli e i Tribuni Militari, dove si possono tenere dopo aver tratto gli auspici se non nei luoghi soliti? Li trasferiremo a Veio? Oppure per i comizi il popolo, con grande disagio, converrà in questa città abbandonata dagli Dei e dagli uomini? E’ vero, direte, ma d’altra parte è chiaro che qui tutto è contaminato, e non esiste alcun sacrificio espiatorio che valga a purificarlo; è la realtà stessa che ci costringe ad abbandonare una città devastata dagli incendi e dalle rovine, e ad emigrare a Veio, dove tutto è intatto, senza dover gravare la plebe, povera di mezzi, dal peso della ricostruzione. Che però questo che si mette in campo sia più un preteso che un vero motivo, senza che ve lo dica io, apparirà evidente anche a voi, o Quiriti, io credo, perché voi ricordiate che prima della venuta dei Galli, quando ancora erano intatti gli edifici pubblici e privati, quand’era ancora in piedi la città, si discusse questa medesima proposta di trasferirci a Veio.
E vedete un po’ quanta differenza c’è tra il mio modo di vedere e il vostro, o tribuni. Voi pensate che, anche se non si doveva farlo allora, adesso lo si debba fare ad ogni costo; io invece, e non meravigliatevi prima d’aver ascoltato quale sia il mio pensiero-, anche se allora si fosse dovuto emigrare, ora non sarei dell’avviso che si debbano abbandonare queste rovine. Giacché allora poteva offrirci un motivo per emigrare nella città conquistata la vittoria, gloriosa per noi e per i posteri; adesso invece questa migrazione sarebbe triste e vergognosa per noi, gloriosa per i Galli. Sembrerà infatti, non che abbiamo lasciato la patria da vincitori, ma che l’abbiamo perduta da vinti: che la fuga presso l’Allia, la presa dell’Urbe, l’assedio del Campidoglio ci abbiano posto nella necessità di abbandonare i nostri Penati e di condannarci all’esilio e alla fuga da quel luogo che non potevamo difendere. Dunque i Galli hanno potuto distruggere Roma, mentre i Romani daranno l’impressione di non aver saputo ricostruirla? Che cosa resta se non che, ove dovessero tornare adesso con nuove forze – giacché è noto che sono una moltitudine incredibile-, e volessero abitare in questa città, da loro conquistata e da voi abbandonata, voi glielo consentiate? E se questa decisione di trasferirsi a Roma non la prendessero i Galli, ma i vostri antichi nemici, gli Equi o i Volsci, vorreste ch’essi diventassero Romani e voi Veienti? Oppure preferireste che questo fosse un deserto vostro piuttosto che una città dei nemici? Non vedo davvero quale maggior delitto vi possa essere. E voi sareste disposti a sopportare queste scelleratezze, queste vergogne, perché vi infastidisce il ricostruire? Se in tutta la città non si potesse edificare nessuna dimora migliore né più ampia di quella capanna del nostro fondatore, non sarebbe meglio che abitassimo anche noi in capanne, come i pastori e i contadini, fra i nostri sacrari e i nostri Penati, invece di esulare in massa? I nostri antenati, forestieri e pastori, quando in questi luoghi non c’erano che selve e paludi, edificarono in sì breve tempo una nuova città; e noi, quando ancora sono intatti il Campidoglio e la rocca, quando sono ancora in piedi i templi degli Dei, proviamo fastidio a ricostruire le case bruciate? E ciò che avremmo fatto singolarmente se fossero andate in fiamme le nostre case, ci rifiutiamo di farlo tutti insieme ora che l’incendio è stato generale?
Ma alla fine? Se per dolo o per caso si sviluppasse a Veio un incendio, e le fiamme alimentate dal vento, come può accadere, divorassero gran parte della città, andremmo in cerca di Fidene o di Gabi o di qualche altra città dove trasferirci? Così debole è dunque il legame col suolo della patria, con questa terra che chiamiamo madre? L’amor di patria dipende per noi dai fabbricati e dalle travi? Invero – ve lo confesso, quantunque non sia molto piacevole per me ricordarmi del torto che m’avete fatto -, mentre ero lontano, ogni volta che mi veniva in mente la patria, il mio pensiero correva a tutti questi luoghi, ai colli, ai campi, al Tevere, a questa regione così familiare ai miei occhi, a questo cielo sotto il quale ero nato e cresciuto; possano questi luoghi commuovervi ora, o Quiriti, in forza dell’amore che ad essi portate, si da indurvi a rimanere nella vostra terra, invece di farvi struggere di nostalgia dopo, quando l’avrete abbandonata. Non senza motivo gli Dei e gli uomini scelsero per la fondazione dell’Urbe questo luogo, dei luoghi saluberrimi, un fiume comodo per trasportarvi i prodotti agricoli dall’entroterra e per ricevervi le vettovaglie che giungono per mare, un luogo vicino al mare quanto occorre per le nostre esigenze, ma non esposto per l’eccessiva vicinanza, alle minacce delle flotte straniere, situato al centro dell’Italia, particolarmente adatto all’incremento della città. La stessa grandezza della città sorta così di recente ne è la prova. E’ questo, o Quiriti, il suo trecentosessantacinquesimo anno di vita; voi guerreggiate da sì lungo tempo fra tanti antichissimi popoli, e intanto, per non citare le singole città, né i Volsci alleati con gli Equi, con tutte le loro formidabili fortezze, né tutta quanta l’Etruria, che è sì potente per terra e per mare, che occupa l’Italia per tutta la sua estensione tra i due mari, sono pari a voi in guerra. Stando così le cose, che criterio è il vostro, diamine, di voler fare altre esperienze dopo aver fatto questa, quando, anche ammesso che il vostro valore possa passare altrove, non si può certo trasportare altrove la fortunata posizione di questo luogo? Qui è il Campidoglio, dove un giorno, essendosi trovato un teschio umano, fu vaticinato che lì sarebbe stata la capitale e la dominatrice del mondo; qui, quando, dopo aver preso gli augùri, si sgombrò il Campidoglio, Iuventa e Termine, con somma gioia dei vostri padri, non si lasciarono portar via; qui sono i fuochi di Vesta, qui gli ancili caduti dal cielo, qui tutti gli Dei a voi propizi, purché rimanete.”

Tali parole sono ricolme di Amore per la propria Terra, vista come teofania, infusa di Energie Divine, che i propri progenitori hanno onorato e rispettato da tempi immemori. Qui si percepisce tutta la maestosità della Pietas dei nostri Antenati.
Marco Furio Camillo, certamente ispirato dai Numi, è custode del Fuoco Sacro della Tradizione. Quando pensiamo alla nostra Terra, dovrebbero riecheggiare i pensieri dei Padri, che ci ricordano che il Rispetto e l’Amore per ciò che è venuto prima è sacro.

Valete Optime.

 

Nasce il Blog “Genio Italico”

Buongiorno a tutti.

Questo spazio nasce con l’intento di dare un’ immagine, una descrizione ai miei pensieri, alla mia Visione del Mondo. Ogni uomo o donna in questo pianeta, consapevolmente o meno, ha la sua “Weltanschauung”. Gran parte di essa è influenzata dalla società in cui viviamo, dalla famiglia di appartenenza, dalla lingua che si parla e da innumerevoli condizionamenti esterni. Oltre a ciò che è fuori di noi e che ci influenza, abbiamo la nostra interiorità, il nostro carattere naturale con cui nasciamo. Già, perché noi non nasciamo “tabula rasa”: ne parleremo in futuro.
Su questo Blog si parlerà di Politica, Scienza, Religione, Storia, Filosofia, senza limiti ideologici di alcun tipo, con il solo ed unico scopo di ricercare la Verità: la Verità di chi siamo nel profondo, la nostra vera essenza. Poiché, come dicono i Nostri Padri, la nostra essenza ultima è di origine Celeste e il nostro unico compito è conoscerLa:

“Ti avverto, chiunque tu sia. Oh, tu che desideri sondare gli arcani della natura, se non riuscirai a trovare dentro te stesso ciò che cerchi non potrai trovarlo nemmeno fuori. Se ignori le meraviglie della tua casa, come pretendi di trovare altre meraviglie? In te si trova occulto il tesoro degli dei. Uomo, conosci te stesso e conoscerai l’universo e gli Dei”
– Avvertenza sul frontone del Tempio di Apollo, Delphi –

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Mentre una certa gioventù degenera verso stati dell’essere sempre più dissolutivi, caotici e distruttivi di ogni ordine e di ogni bellezza, NOI siamo quelli che non solo Resistono, ma rappresentano il seme del Nuovo Mondo. NOI siamo i Giovani che rifiutano la modernità dalle radici, pur vivendo in essa e cavalcando l’onda distruttiva. NOI siamo quelli che hanno smesso di avere “fede”, ma che approfondiscono ogni cosa senza pregiudizio e creano le condizioni per sperimentare direttamente ciò che vogliono.
NOI saremo quelli che, una volta caduto il castello di carte del Sistema, si ergeranno in piedi e prenderanno in mano le sorti dell’umanità.

ITA EST.

Valete optime.