Educare. Una parola che richiama alla mente diversi significati, molti dei quali soggettivi ed arbitrari. L’etimologia però parla chiaro: proviene dal Latino educere, ex-ducere, traggo fuori, condurre fuori. La conoscenza, per gli Antichi è una reminiscenza (anamnesis in Greco), un qualcosa che in potenza abbiamo già nel nostro profondo. Compito del Maestro è quello di stimolare queste potenzialità e queste riminiscenze animiche affinchè noi ricordiamo chi siamo.
D’altronde il Sommo Platone diceva che “l’apprendere è un ricordare“, giustificando questa massima col fatto che la nostra anima, prima di nascere, dimentichi ogni cosa avvenuta in precedenza, fintantochè un Maestro, appunto, o un Educatore, tiri fuori da essa ciò che è rimasto sepolto nell’inconscio.
Al giorno d’oggi con la parola “educazione” si intende poco più che un assorbimento passivo di informazioni, perlopiù considerate inutili dagli stessi ragazzi, e che servono soltanto per superare quelli che sono percepiti come i “duri anni” scolastici, subiti come un gr
avoso compito. Puntualmente, anni dopo, poco o nulla rimarrà di quelle informazioni quasi inserite a forza nelle menti di quei giovani, tranne rare eccezioni.
Tuttalpiù potrebbe altresì richiamare un indottrinamento “etico”, un abbozzo di senso di giustizia, una galanteria di facciata, e l’insegnamento di quei “valori” basilari che servono ad una società cosiddetta civile, utili appena ad una convivenza e sopravvivenza di gruppo. Poco o nulla rimane dell’educazione cosiddetta religiosa, con l’inculcamento di precetti ormai vuoti di significato per la maggior parte delle nuove generazioni, anzi forse financo dannosi, poichè avendo perso il significato spirituale e simbolico profondo, non restano null’altro che le reminiscenze negative (NB. senso di colpa e senso del peccato) che non fanno altro che aggiungere nevrosi ad un già nevrotico uomo moderno.
In mancanza di strutture educative degne, gerarchizzate ed ordinate (ad esempio nell’antica Roma c’erano le Gentes che assicuravano un’ educazione completa su tutti i livelli dell’essere), il compito fatale e assolutamente fondamentale spetta allo Stato.
Educazione integrale
Per eradicare il concetto moderno di codesta parola, andiamo ad analizzare cosa intendo per educazione integrale.
L’essere umano, per gli Antichi, non era semplice carne. L’uomo è formato da vari livelli, qualitativamente diversi fra loro, eppure compenetranti ed influenzabili a vicenda.
I tradizionali Corpo, Anima, Spirito sono un concetto semplificato di una realtà ben più complessa. Per Anima si intende il complesso psico-emozionale dell’essere umano (per alcune tradizioni sono i cosiddetti corpi “astrali” e corpi “mentali”), mentre per Spirito si intende quella che è chiamata la Scintilla Divina nell’uomo, la sua parte più nobile e pura, diretta emanazione degli Dèi.
Indi per cui un’educazione integrale deve prendere e toccare tutti i suddetti livelli, senza tralasciarne nemmeno uno, altrimenti sarebbe come pensare al terreno perfetto per un certo tipo di albero, il tipo e la quantità giusta di concime, la qualità e la quantità d’acqua necessarie alla crescita, ma lo piantassimo dentro un bunker sotterraneo, senza luce ne artificiale ne naturale. Inevitabilmente la pianta, dopo magari un iniziale rigoglìo, morirà ingloriosamente. Per l’essere umano non è differente, anzi, è molto più complicato, visto che il nostro sistema psichico e coscienziale è enormemente più profondo e radicato di quello di un albero.
Partiamo da una citazione di Vincenzo Gioberti (Torino, 5 aprile 1801 – Parigi, 26 ottobre 1852, è stato un patriota, filosofo e politico italiano) sui giovani:

“I giovani indurino il corpo avvezzandolo al sole, allenandolo alla corsa e ai ginnici esercizì, rompendolo alle operose veglie e alle utili fatiche, costringendolo a nutrirsi di cibi frugali, a posare su dura coltrice e assoggettandolo in ogni cosa allo imperio dell’animo, il quale col domare i sensi si rende libero e franco e si dispone ai nobili affetti, ai vasti e magnifici pensieri.”
Le parole evocative del Gioberti contengono cosa sia nell’essenza l’educazione integrale.
Primo livello: Corpo.
“I giovani indurino il corpo avvezzandolo al Sole, allenandolo alla corsa e ai ginnici esercizi(…)costringendolo a nutrirsi di cibi frugali(…)”
L’esercizio per il corpo (esercizi ginnici e arti marziali in primis), per tutti quelli che godono di buona salute e sana costituzione, dovrebbe essere un obbligo durante la fase di crescita psico-fisica. Un popolo è sano quando il singolo cittadino è sano, un popolo è forte quando il singolo cittadino è forte. Uno Stato degno di esser chiamato tale dovrebbe occuparsi della salute fisica e del rafforzamento muscolo-scheletrico dei suoi figli. Questo investimento di tempo e risorse andranno a migliorare la salute generale delle generazioni future, un miglior rendimento lavorativo, meno spese mediche, più voglia di fare e di agire. Un occhio di riguardo speciale va dedicato all’alimentazione, oggi
degradata a livelli infimi e sub-umani (del tipo fast-food ad esempio), con materie prime sempre più povere di vitamine e minerali e con un sempre maggior apporto di sostanze inquinanti (smog, pesticidi, erbicidi vari) e di chimica nei prodotti confezionati. La Frugalitas che faceva parte del Mos Maiorum dei Nostri dovrebbe essere un imperativo, soprattutto in questo periodo.
Una massima, sempre attuale: Mens sana in corpore sano.
Secondo livello: Anima.
“(…)rompendolo alle operose veglie e alle utili fatiche(…) a posare su dura coltrice e assoggettandolo in ogni cosa allo imperio dell’animo, il quale col domare i sensi si rende libero e franco(…)”
Qui si tratta di indurire l’animo giovanile attraverso le asperità, volute liberamente. Un’educazione virile e sana dovrebbe passare per questa prova irrinunciabile, lo stile di vita “borghese” e il benessere diffuso ha infiacchito le menti e la volontà dei ragazzi e delle ragazze. Lo “imperio” dell’animo sul corpo e sulla stessa mente si raggiunge a gradi, dopo numerose fatiche, e deve cominciare fin da piccoli. La Libertà, così tanto udita nella bocca di tutti al giorno d’oggi, non è la libertà di fare ciò che si vuole, la maggior parte delle volte assecondando un capriccio di una mente nevrotica e molliccia, informe; ma è invece la meta che un animo nobile e virile raggiunge dopo aver imposto (liberamente) su di sè una disciplina integrale, ed è appunto la Libertà dalla propria mente, la Libertà dagli istinti animaleschi, dai pensieri nefasti ed inutili.
L’educazione su questo livello implica la strutturazione di una personalità ordinata e sicura di sè, e l’insegnamento dei valori (spirituali, cavallereschi ed etici in senso lato) attraverso l’esempio di figure universalmente accettate, e non da vuote parole fini a se stesse. Dobbiamo tornare a rivivificare la figura del Maestro, del Nobile, del Guerriero, che servano da meta ideale per le nuove generazioni. Dopo tutto questo viene il passaggio di informazioni delle varie materie con tutto il sistema scolastico (da riformare completamente) e concentrarsi su una cultura di base fino almeno al secondo anno di liceo, basata sui Classici della nostra Tradizione, sulla Musica, sulle Bellezze della nostra Cultura. Insegnamento del Latino obbligatorio, per ragioni ovvie, altre meno, altre insospettabili.
Terzo livello: Spirito.
“(…)il quale col domare i sensi si rende libero e franco e si dispone ai nobili affetti, ai vasti e magnifici pensieri.”
Qui torniamo al punto iniziale di questo post: “l’apprendere è un ricordare”. Quando si opera nel giusto modo nei primi due livelli, quello fisico e quello emozionale-intellettuale, si crea il terreno fertile affinchè qualcos’altro dentro di noi riemerga ed irrompa in tutta la sua Potenza. Ovviamente, ognuno di noi ha uno Spirito diverso per così dire, con diverse attitudini inconsce, diverse potenzialità e vocazioni. Allo Stato sta preparare il terreno, la pianta che crescerà dipende solo dalla Qualità e dalla Spirito individuale.
Questo in estrema sintesi. Come avrete ben intuito, i 3 livelli sono compenetranti fra di loro e a tratti si sfumano i limiti. L’essere umano non è fatto a compartimenti stagni, poichè non è un meccanismo bensì un organismo in cui tutti i suoi componenti risuonano vicendevolmente, proprio come i singoli strumenti di un’orchestra sinfonica. Quando la musica è armonica, c’è Salus. Quando si produce rumore disarmonico c’è prima malattia, poi Mors.
Valete optime.


Una delle ultime fatiche di Hercules fu quella di andare oltre le colonne d’Ercole (sic), raggiungere il giardino delle Esperidi e rubare i 3 pomi d’oro, difesi da un serpente immortale con cento teste. In quel giardino si trovava Atlante, che reggeva il peso del globo sopra le sue spalle.
Ercole in definitiva ci dice che l’essenza più profonda dell’uomo è di origine Divina (Hercules è figlio di Zeus/Iuppiter e di una mortale) e che, attraverso una serie di fatiche, può Conoscere se Stesso ed arrivare all’immortalità. Lui simboleggia la Via dell’Azione, contrapposta alla Via della Contemplazione. Lui, l’Uomo che si è fatto Dio da sè, dona l’Energia Vitale ai mortali che intraprendono il suo sentiero, fino ad arrivare alla Coscienza massima.
definitiva sconfitta di essi da parte delle legioni di Furio Camillo, Roma si trovava devastata. I tribuni della plebe incitavano il popolo a trasferirsi a Veio, città da poco conquistata dai Romani. Il Nostro, davanti alle assemblee, pronunciò queste parole, tra la commozione generale, inducendo i suoi concittadini a rimanere e ricostruire:
volentieri tranquillo e in silenzio, se anche questa non fosse una battaglia in difesa della patria: abbandonarla, finché resta un alito di vita, per altri sarebbe una vergogna, per Camillo anche un delitto. A che scopo infatti l’abbiamo ripresa, a che scopo l’abbiamo strappata, assediata com’era, dalle mani dei nemici, se dopo averla riconquistata noi stessi l’abbandoniamo? E mentre quand’erano vittoriosi i Galli, pur essendo stata occupata tutta l’Urbe, tutti gli Dei e gli uomini Romani seppero difendere il Campidoglio e la rocca, e la nostra buona sorte spopolerà questa città più di quanto non l’abbia spopolata la cattiva sorte? Certamente, anche se noi non avessimo riti religiosi costituiti insieme con la nostra città e tramandati di padre in figlio, pure un dio ha così manifestatamente assistito in questa occasione lo Stato Romano, che credo non sia consentita ad alcuno la minima indifferenza verso il culto divino. Considerate infatti gli avvenimenti lieti o tristi che si sono succeduti in questi ultimi anni; constaterete che tutto è andato bene finché vi siete lasciati guidare dagli Dei, male quando li avete trascurati. E in primo luogo la guerra di Veio – per quanti anni, con quanta fatica la si è condotta! Non ebbe fine se non quando, per ammonimento degli Dei, fu fatta defluire l’acqua dal lago Albano. E, di grazia, questa recente rovina che s’è abbattuta sulla nostra città? E’ forse cominciata prima che si disprezzasse la voce mandata dal cielo sull’arrivo dei Galli, prima che dai nostri ambasciatori fosse violato il diritto delle genti, prima che noi, con la stessa negligenza dimostrata verso gli Dei, trascurassimo di punirli, mentre era doveroso farlo? E così, vinti, resi schiavi e riscattati, siamo stati talmente castigati dagli Dei e dagli uomini, da servire di esempio al mondo intero. Le sventure ci hanno poi ricordato i doveri religiosi. Ci rifugiammo sul Campidoglio presso gli Dei, presso la sede di Giove Ottimo Massimo; nella rovina dei nostri beni nascondemmo gli oggetti sacri sotto terra, altri li sottraemmo alla vista dei nemici trasportandoli nelle città vicine; non interrompemmo il Culto degli Dei, sebbene abbandonati dagli Dei e dagli uomini. E così essi ci hanno restituito la patria e la vittoria e l’antico onore militare che avevamo perduto, e hanno fatto ricadere sui nemici, che accecati dalla cupidigia violarono nel pesare l’oro la fede nei patti, il terrore, la fuga e la strage.